Le origini dell’ idea dell’ anima : Platone ed Epicuro a confronto

Nella Grecia antica, uno dei più importanti argomenti di discussione e speculazione filosofica era il concetto di anima . Numerosi filosofi ne hanno discusso, ma tutti hanno contribuito fortemente alla costruzione di un’ idea “moderna”  di anima . Platone ed Epicuro ci offrono due visioni dell’ anima quasi antitetiche, ma che hanno avuto pesanti ripercussioni nella storia del pensiero occidentale .

Platone era solito definire l ‘anima con il sostantivo πνεύμα (pneuma), intendendo “un’ idea dello spirito diffusa “ . Il Dialogo platonico di riferimento è senza dubbio il Fedone: in quest’ opera si inaugura infatti  l’innatismo,  uno dei capisaldi della dottrina platonica che verrà poi ripreso dal razionalismo cartesiano (tralasciamo ovviamente le forti ripercussioni che ha avuto sulla dottrina del Cristianesimo) . A questa dottrina il filosofo ateniese collega il concetto di “reminiscenza”: l’ anima, essendo sempre esistita, garantisce delle conoscenze innate .Oltre a sostenere la preesistenza dell’anima, Platone era anche convinto della sua immortalità e della sua eternità: l’anima è viva per definizione e un corpo è vivo o morto a seconda che abbia o meno un’anima; l’anima, quindi, dà e toglie la vita. E’ un qualcosa che partecipa all’idea di vita e che di conseguenza non può partecipare a quella di morte. Dal punto di vista gnoseologico, l’anima disincarnata coglie facilmente le idee nell’Iperuranio perché solo lì (in assenza del corpo) essa è veramente libera e da sola corrisponde all’ essere intellegibile ; il corpo invece corrisponde all’ essere sensibile , tant’ è che è corruttibile ed impedisce all’ anima di cogliere il vero essere , che non è il nostro mondo , bensì quello delle idee ( di cui il nostro è solo una pallida copia ) . All’ anima libera dell’ Iperuranio si contrappone l’ anima prigioniera del corpo, così infatti Platone, attraverso le prole del suo maestro, conclude il Fedone :

“Sembra ci sia un sentiero che ci porta, mediante il ragionamento, direttamente a questa considerazione: fino a quando noi possediamo il corpo e la nostra anima resta invischiata in un male siffatto, noi non raggiungeremo mai in modo adeguato quello che ardentemente desideriamo, vale a dire la verità. Infatti, il corpo ci procura innumerevoli preoccupazioni per la necessità del nutrimento; e poi le malattie, quando ci piombano addosso, ci impediscono la ricerca dell’essere. Inoltre, esso ci riempie di  amori, di passioni, di paure, di fantasmi di ogni genere e di molte vanità, di guisa che, come suol dirsi, veramente, per colpa sua, non ci è neppure possibile pensare in modo sicuro alcuna cosa. In effetti, guerre, tumulti e battaglie non sono prodotti da null’altro se non dal corpo e dalle sue passioni. Tutte le guerre si originano per brama di ricchezze, e le ricchezze noi dobbiamo di necessità procacciarcele a causa del corpo, in quanto siamo asserviti alla cura del corpo. E così noi non troviamo il tempo per occuparci della filosofia, per tutte queste ragioni. E la cosa peggiore di tutte è che, se riusciamo ad avere dal corpo un momento di tregua e riusicamo a rivolgerci alla ricerca di qualche cosa, ecco che, improvvisamente, esso si caccia in mezzo alle nostre ricerche e, dovunque, provoca turbamento e confusione e ci stordisce, sì che, per colpa sua, noi non possiamo vedere il vero. Ma risulta veramente chiaro che se mai vogliamo vedere qualcosa nella sua purezza dobbiamo staccarci dal corpo e guardare con la sola anima le cose in se medesime.

Nella Repubblica, ma anche nel Fedro, Platone avanza anche una tripartizione dell’ anima . Secondo il filosofo, l’ anima dell’uomo può essere razionale (che risiede nel cervello, appartiene alla classe sociale dei filosofi, ed ha come metallo rappresentativo l’oro) irascibile (che risiede nel cuore, appartiene ai guerrieri e ha come metallo rappresentativo l’argento) e concupiscibile (che risiede nelle viscere, appartiene agli artigiani e ha come metallo rappresentativo il rame) . In base a questa divisione dell’intelletto, Platone costruirà la sua città ideale, proiettando la divisione dell’anima in una divisione sociale, che costituisce il pensiero politico espresso nella Repubblica .

Diogene Laerzio, parlando della dottina dell’ anima di Epicuro, dice “ἡ ψυχὴ σῶμα ἐστι λεπτομεπὲς παρ’ ὅλον τὸ ἄθροισμα παρεσπαρμένον” (l’anima è un corpo costituito da particelle sottili) . Non a caso lo storico della filosofia pone il la riflessione sull’ anima subito le riflessioni sugli atomi , nel decimo libro della sua maggiore opera .  Già della parola σῶμα, è chiaro che Epicuro dà all’anima una natura corporea, quasi corpuscolare, successivamente Il filosofo di Samo si concentra sul concetto del’ anima come πλείστην αἰτίαν (prima causa) delle sensazioni . L’ anima è capace di realizzare l’effetto della sensazione per poi distribuirlo su tutto il corpo . Il corpo invece si occupa di ricevere il fascio di atomi, (simulacrum, come ci racconta Lucrezio nei sui versi)   per questo, precisa Epicuro, l’anima non può essere “prigioniera nel corpo” . L’anima, una volta abbandonato il corpo si dissolve, perdendo così la capacità di carpire (verbo usato proprio da Lucrezio) le sensazioni . Infine Epicuro critica una visone incorporea dell’ anima . Egli sostiene infatti che l’incorporeo può essere pensato solamente come vuoto, ma poiché il vuoto non può far patire nulla, limitandosi a offrire il movimento attraverso di sé, l’ anima non può che essere formata da materia . Diogene Laerzio cita poi altre fonti riguardo ad una divisione dell’anima : quella razionale (situata nel petto) e quella irrazionale (spersa in tutto il resto del corpo) . La divisione dell’ anima è stato oggetto di discussione anche da parte dell’ epicureista Lucrezio, il quale dedicò il III libro del suo De rerum natura alla divisione tra  animus e anima . Per il filosofo latino l’ animus è la sede delle facoltà razionali e dei sentimenti, mentre l’ anima è la forza vita, la sensibilità che si diffonde in tutto il corpo .

Numerosi sarebbero i collegamenti da approfondire, ci basta però concludere affermando che queste due scuole filosofiche hanno contribuito allo “scontro” tra razionalismo e empirismo, idealismo e materialismo e che ancora oggi inonda la nostra mente di domande .